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Dante Alighieri: dall'Arno al Bacchiglione e fino al Colle d' Ezzelino - Consorzio Turistico Vicenzaè

Tracce del territorio vicentino nei versi e nella vita  di Dante Alighieri

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VICENZA ed il fiume BACCHIGLIONE

L' Enciclopedia Dantesca spiega come "non ci siano nell'opera del poeta o in testimonianze esterne elementi tali da far fondatamente ipotizzare una sua conoscenza diretta della città".

Siamo a conoscenza che il figlio di Dante, Pietro, fu giudice a Vicenza tra il 1343 e il 44,  con il ruolo di vicario del podestà bolognese Bernardo di Canaccio Scannabecchi.

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Ma si parla mai di Vicenza nei versi della Divina Commedia?

Sì  - ma indirettamente- nel Canto XV dell'Inferno.

109.Priscian se va con quella turba  grama,
e Francesco d’Accorso anche; e vedervi,
s’avessi avuto di tal tigna brama, 

colui potei che dal servo de’ servi
fu trasmutato d’Arno in Bacchiglione,
114.dove lasciò li mal protesi nervi.

Come era uso fare Dante cita il fiume per riferimento alla città e così come l' Arno sta ad indicare Firenze, il Bacchiglione indica Vicenza. Ed è qui che venne inviato dal Papa un vescovo di Firenze colpevole di disdicevole condotta.

Proprio da qui inoltre pare sia nato l'espressione " Saltar d'Arno in Bacchiglione« il Poeta, come credono molti, seguitando la voce, che allora volgarmente in questo fatto si sparse, o pur come i Poeti fanno, pigliando per le città i fiumi, disse, d'Arno in Bacchillone; donde anche pensano sia uscito il tritissimo proverbio, che vive ancora; ma messo oggi in uso capopiedi, saltar di Bacchillone in Arno, di chi esce ne'suoi ragionamenti del primo e principal proposito: forse non si vedendo altra cagione, donde e' possa avere avuto l'origine, più che per propria ragione, o simiglianza, o conseguenza, che vi si scorga. » Il Monosini attesta pure de' tempi suoi che il proverbio correa a rovescio "

Si narra inoltre del " vezzo del Mozzi d'uscire in motti ed inezie anche di mezzo a un serio discorso e ne narra ridicolaggini. (..) Ma al vescovo udremo apposto assai peggio. "

Alcuni storici " supporrebbero invece che lo stesso Andrea desiderasse il suo trasferimento, non piacendogli l'esser vescovo a Firenze (..). Comunque sia, l’Alighieri in que' versi accenna certo da parte sua un trasferimento tutt'altro che volontario; ma per volere del papa e come castigo. Non apparisce del resto il Mozzi nel ritratto del nostro duomo.

C'è anzi chi vuole che l' Alighieri accennasse a tale sconcezze, ovvero che semplicemente indicasse che vescovo a Vicenza lasciasse le ossa, tirasse le cuoia, morisse. Certo è che le frasi asciutte e recise dell'Alighieri accennano per sè e pel luogo ad ignominia. Noi  fosse il fratel suo, il quale, se vivo lo volle lontano da Firenze, morto sel volle a Firenze, ove è sepelito appunto nella chiesa di sua famiglia.“

 Da: Vicenza e Dante, 1865.

 

Ed ancora dei fiumi Dante scrive:

Come tal volta stanno a riva i burchi
che in parte sono in acqua e parte in terra
 

citando così i burci, le tradizionali barche fluviali. Ed è presso l'antica Piazza dell'Isola ( Piazza Matteotti), verso l' odierno " Quartiere della Barche", laddove Bacchiglione e Retrone lambiscono il centro storico che sorgeva l'antico porto,  punto cruciale per il commercio di merci con Venezia.

Poco distante in città troviamo oggi la "Contrada dei Burci" e numerose sono le testimonianze della della fraglia dei Burci, la confraternita dei “padroni di barca”, la cui matricola è conservata nella biblioteca Bertoliana. Fonte

Ed ancora nel Paradiso, canto  IX:

ma tosto fia che Padova al palude
47.cangerà l’acqua che Vincenza bagna,
per essere al dover le genti crude;

Vincentini e Padovani si contesero le acque del Bacchiglione che subì per questo varie deviazioni. 

I vv. 46-48 alludono sicuramente alla sconfitta subìta dai Guelfi di Padova  ad opera dei Ghibellini di Vicenza, aiutati da Cangrande Della Scala: essi cambieranno l'acqua del Bacchiglione arrossandola col proprio sangue (altri interpretano il passo come allusione al fatto che i Vicentini deviarono le acque del fiume come azione di guerra contro i Padovani). Fonte

Gli studiosi, tra i quali Fedele Lampertico, ritengono che la sanguinosa battaglia avvenne nelle zona di Longare, seppur la data certa della battaglia cui si fa riferimento è dibattuta. Fonte

..paludoso dovea essere certo il terreno presso Longare e all'ingiù: e lo storico Ferreto chiarissimamente lo dice, e rammenta che quello fu luogo ove assai sangue fraterno fu sparso. Quì, così egli, quì spesso infuriaron le guerre tra i Vicentini e i Padovani, come udimmo dai nostri maggiori; nè senza strage e senza gran danno degli uni e degli altri quì si dovette venire alle armi. (..)

All’ Alighieri premeva indicare prima di tutto tra le calamità del paese nostro ( Vicenza, ndr) le guerre fraterne tra Padova e Vicenza. Quindi premeva indicare il momento delle vittorie de' Ghibellini sui Guelfi. A tal uopo prescelse di designare un luogo presso i confini; ordinario teatro di combattimenti, punto precipuo di discordia tra le due città.

Da: Vicenza e Dante, 1865.

 


Presso il Museo Civico di Palazzo Chiericati in città è conservato il dipinto "Dante in esilio" di Domenico Peterlin (Bagnolo, Vicenza, 1822 - Vicenza 1897). dante.civici

"Giunto in Museo grazie alla donazione di alcuni cittadini nel 1865 in occasione delle celebrazioni per i 600 anni dalla nascita di Dante Alighieri, il dipinto sembra essere la seconda versione di un'opera molto simile conservata a Firenze in Palazzo Pitti entrato nelle collezioni fiorentine tra il 1860 e il 1865. 
L'opera mostra un Dante meditabondo, sdraiato, appoggiato di spalle a un declivio erboso, i lidi ravennati sullo sfondo, il capo chino sul libro chiuso nella mano sinistra. Nel Dante di Peterlin si respira quest'atmosfera carica di significati simbolici: il poeta esiliato, lo sguardo quasi corrucciato e perso nel vuoto, la consapevolezza dell'impossibilità del ritorno alla sua terra natia danno alla composizione una nota malinconica e patetica."

Fonte: Musei Civici di Vicenza

Altre curiosità vicentine legate al mondo dantesco le troviamo in città, nelle chiese di San Lorenzo e Sant'Agostino. 

Come scrive il Barbieri nell'abbazia di Sant' Agostino  "sulla parete della navata (..) nella piccola figura inginocchiata entro due riquadri superiori la leggenda scorgerebbe l'immagine di Dante, l'illustre ospite degli Scaligeri."

Nella chiesa di San Lorenzo invece, tra le quattro arche che inserite nella facciata la terza, datata 1311,  appartiene "al fiorentino Lapo degli Uberti, parente del Farinata degli Uberti ricordato da Dante, fuggito dalla Firenze guelfa perchè ghibellino e morto nel 1311 ( nel suo stemma sta la mezz' aquila imperiale)" . *
De’ fuorusciti fiorentini pur ebbero asilo a Vicenza; peccato che di questi possiam solo raccogliere gli illustri nomi dalle povere pietre sepolcrali. In una delle arche addossate ora alla facciata del nostro S. Lorenzo, sta scritto.**
 
Fonti: *Ritratto di una città F.Barbieri.

          **Vicenza e Dante, 1865. 


In una pubblicazione del 1865, Vicenza e Dante, realizzata dalla'Accademia Olimpica scopriamo come Gian Giorgio Trissino, fosse un grande estimatore del Sommo Poeta: 

" quanto conto tenesse il Vicentino ( il Trssino, ndr)  le opere di Dante. Primo a scoprire e a pupblicare il Trattato della Volgare Eloquenza ( nel 1525 ndr) ; (..) cultore appassionato della Divina Commedia, e difensore della gloria e del nome dell'altissimo poeta unico a’suoi tempi, meglio che raro; ecco un merito in passato, a mio giudizio, non abbastanza avvertito e pur singolare e tutto proprio del Trissino.

È per questo, che a celebrare in qualche modo il sesto centennario dal nascimento di Dante, mi parve cosa non indegna, che la mia Vicenza nel cittadino, onde risulta la sua più splendida gloria letteraria, potesse additare agli Italiani uno de' più caldi estimatori di quel divino intelletto, che meglio di ogni altro onora l'umanità, il mondo e l'Italia; desideroso soltanto, che il lodevole esempio valga una gara e uno stimolo efficace alla gioventù Vicentina, e nel futuro centennario nuovi ammiratori di Dante possa mostrare all'Italia la patria del Trissino."

Il Conte Trissino, grande studioso dell'Alighieri  in seguito pubblicò anche, nel 1837, le Similitudini tratte dalle tre cantiche della Divina Commedia di Dante Alighieri e nel 1843 dava maņo ad un'altra publicazione anch'essa di non lieve utilità che domandava: Esposizione generale per indice alfabetico di tutti i luoghi, persone e cose menzionate nella Divina Commedia di Dante Alighieri, non omesse tutte le sentenze, apostrofi, similitudini ed altre figure e modi distinti di elocuzione  che si riscontrano in essa.Uscito il primo fascicolo  però che comprendeva le lettere A, B e parte della C "non si andò più innanzi.."

Infine  nel 1860 avea ultimato per darlo alla luce un più grosso e vantaggioso lavoro sul divino poema, cioè La Divina Commedia di Dante Alighieri e i suoi capiversi coordinati per indice universale frasalogico nomenclatore dal Nob. Co. Francesco Trissino di Vicenza ; ma, prevenuto dal Vocabolario Dantesco di L. G. Blanc, dovette dall' impresa cessare.

Fonte: Vicenza e Dante, 1865. 

Approfondimenti disponibili nel testo" Vicenza e Dante, 1865"  dedicati a iIlustratori, traduttori e agli onori resi a Dante dai vicentini  tra cui si cita il monumento mai realizzato che l'architetto vicentino Antonio Caregaro Negrin nel corso dell'800 ideò alla memoria del poeta.
 

negrin

 

 

Presso l’archivio storico della Biblioteca Beroliana di Vicenza è conservato un manoscritto della Divina Commedia del 1395. Il manoscritto del 1395 è frutto del lavoro del copista veronese Bivilaqua, che si firma con una lunga e dotta sottoscrizione in versi. Fu restaurato nel 1851 dal marchese Lodovico Gonzati, che intervenne tanto sulla decorazione quanto sulle parti scritte dei fogli iniziali delle tre cantiche. Il restauro è precedente alla donazione: quindi, da Padova, Giuseppe Riva si rivolse al marchese Gonzati per mettere a posto la Commedia che tre anni donò a Vicenza. In quell’occasione furono restaurate anche le miniature delle cantiche: quella dell’inferno fu rifatta completamente, di quella del Purgatorio di originale resta solo l’oro, mentre quella del Paradiso è sostanzialmente intatta. Il nome di Gonzati è ben conosciuto in Bertoliana: fu lui che in seguito effettuò un’importante donazione di volumi e infatti a lui è intestato il fondo più prezioso della biblioteca. Inoltre il manoscritto del 1395 risulta rifilato pesantemente: solo il margine interno risulta intatto. Si pensa che in origine potesse avere dimensioni di 300 x 200 millimetri.

Al manoscritto della Bertoliana sono legate due curiosità. La prima riguarda una lunga annotazione che occupa l’intera pagina che precede l’incipit del Paradiso. Un possessore, rimasto anonimo, nel 1599 (siamo quindi in piena Inquisizione: Giordano Bruno fu bruciato nel febbraio del 1600) scrive che, non sapendo leggere la scrittura del codice e preoccupato di possedere un libro proibito, ha pensato di rivolgersi all’inquisitore. Rassicurato da questi sul contenuto, ne lascia opportuna memoria sulla pergamena.

La seconda curiosità riguarda Giorgio Petrocchi, accademico del Lincei e componente del Comitato diretto dell’Enciclopedia dantesca: curò una fondamentale edizione critica della Divina Commedia, basata sulla tradizione manoscritta anteriore a Boccaccio, che fu pubblicata in quattro volumi tra il 1966 e il 1967. Per condurre a termine il suo lavoro, Petrocchi prese informazioni anche sul manoscritto della Bertoliana: lo testimonia la corrispondenza tra lo stesso Petrocchi e il direttore del tempo, Antonio Dalla Pozza.

Fonte: Biblioteca Bertoliana

 

Due sole edizioni della Divina Commedia vanta la stampa vicentina:

la prima eseguita nel 1613 e colla scritta singolare: La Visione Poema di Dante Alighieri diviso in Inferno, Purgatorio e Paradiso di novo con ogni diligenza ristampato in Vicenza ad istantia di Francesco Leni Libraro in Padova 1613. La Biblioteca ne possede un esemplare bastevolmente conservato. L'edizioncina è in carattere corsivo, senza note, e, secondo il Batines,scorretta. 

La seconda è La Divina Commedia di Dante Alighieri illustrata dal Nob. Conte Francesco Trissino di Vicenza col testo originale a riscontro ad utilità e commodo degli studiosi della sublime poesia. Vicenza, Tipografia Paroni 1857-58, 8. Vol. III.

 

Vicenza e Dante, 1865.  


ROMANO D’EZZELINO e il COLLE DI DANTE
antoniobordin 1955 Copia  ezzelino fotoclub2020 1 web
Foto g.c. Ezzelino FotClub - A.Bordin, G.Trevisan
 
 

Romano d’Ezzelino,paese nel Bassanese, vanta una citazione nel Paradiso della Divina Commedia (c. IX, v. 25), dove Dante Alighieri, guidato da Beatrice, arriva nel cielo di Venere, gli si fa incontro lo spirito luminoso della sorella di Ezzelino III, Cunizza da Romano, che così gli racconta:

In quella parte della terra prava
Italica, che siede intra Rialto
e le fontane di Brenta e di Piava
si leva un Colle e non surge molt’alto
là onde scese già una facella
che fece alla contrada un grande assalto

 

Il Colle è un riferimento al Col Bastia dove oggi è visibile una torre campanaria a base circolare in ricordo dell’antica fortezza dei Da Romano.L’attuale Torre venne eretta nel 1827 progettata da Giovanni Zardo, discendente dei Canova.

Oltre alla Torre Ezzelina, sul Col Bastia sono importanti l’antica chiesetta di Romano e il monumento a Dante Alighieri, ove sono riportate le terzine del Paradiso.

Ma la relazione tra Dante e Romano d’Ezzelino continua nel canto XII dell’ Inferno, precisamente nel 7° cerchio, dove il sommo poeta relega tra i dannati Ezzelino III, detto il Tiranno:

“…E quella fronte c’ha ‘l pel così nero è Azzolino”.

Ezzelino sta immerso in un fiume di sangue bollente ad espiare le proprie colpe per esser stato un violento nei confronti degli altri (anche se poi la storia dimostrerà che il ghibellino Ezzelino era violento né più né meno degli antagonisti guelfi dell’epoca…).

Anche altrove Dante richiama esplicitamente Ezzelino e precisamente all'inizio della parlata di Cunizza (Pd IX 25 ss.), pure figlia di Ezzelino II, la quale si riferisce al fratello servendosi di un'espressione allusiva alla terribile energia che caratterizzò la sua signoria

Fonti: Pro Romano e Enciclopedia Dantesca

 

->La passeggiata consigliata da Magico Veneto con la gallery fotografica del colle di Dante.


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La storia di Ezzelino da Romano nelle illustrazioni di Gabriele Scotolati
 
CURIOSITA’ VICENTINE LEGATE ALLA DIVINA COMMEDIA

E Dante parla in Veneto in un libro dell'800

Un unicum legato al vicentino è certamente un’edizione del 1987:si tratta dell’unico esempio al mondo di traduzione in “lingua minoritaria” dell’intero capolavoro di Dante.  481 pagine a doppia colonna con la “Comedia” dantesca a sinistra e la traduzione in veneziano a destra.

 A meza strada dela vita umana
Me son trovà drento una selva scura
Chè persa mi g'avea la tramontana
 

ecco il testo della Divina Commedia tradotta per intero in dialetto veneziano, cioè in lingua veneta.

La Divina Commedia in dialetto veneziano.jpgUna rarità: non solo perché si tratta di un volume rilegato ed edito nel 1875 perfettamente conservato, non solo perché è saltato fuori dopo che da 40 anni un vicentino ce l'aveva in casa, ma soprattutto perchè - da una prima verifica alla Società Dantesca Italiana con sede a Firenze - è l'unico esempio al mondo di traduzione in dialetto dell'intero capolavoro di Dante.
Questo cimelio custodito ora come una preziosa reliquia, diventa famoso perchè salirà a teatro in una sorta di “co-produzione” berico-veronese: il proprietario del testo è Graziano Rezzadore, che abita ad Orgiano, a portare la storia nel Veronese è la cugina Giovanna, che abita a Soave. Giovanna è il motore per la divulgazione di questo testo il cui Dante si chiamava Giuseppe Cappelli. Il volume risulta edito a Padova.
Graziano Rezzadore, oggi 71enne, quand'era preside della scuola media di Montegalda, ricevette in dono il libro dal segretario della scuola. «Lo aggiunsi ai tanti che possiedo in bibilioteca. Accanto ad una Divina Commedia del 1860» spiega. Rezzadore ne intuì l'interesse ma non pensava si trattasse di un unicum. Il dirigente scolastico, che è stato sindaco di Orgiano negli anni Novanta, e poi s'è dedicato con profitto alla scrittura e alla pittura, parlò un giorno alla cugina Giovanna di questo libro in dialetto che venne esaminato con lei al Circolo di campagna WigWam-Corte Moranda, a Cologna Veneta. Insieme squadernarono “La Divina Commedia di Dante Allighieri” (sì, con due elle), “Tradotta in dialetto veneziano e annotata da Giuseppe Cappelli”. Poi la dicitura “Padova, Dalla tipografia del seminario, 1875”.
Eccolo lì il gioiello: 481 pagine a doppia colonna con la “Comedia” dantesca a sinistra e la traduzione in veneziano a destra. Sotto, una miriade di note che fanno inequivocabilmente capire come lo sconosciuto Cappelli avesse dedicato alla traduzione tutta la sua vita.
Lo scrive, del resto, lui stesso dando anche conto delle ragioni di questa impresa: «La versione della Divina Commedia da me fatta in dialetto veneziano, non già per i dotti, ma per coloro che a tale ordine non appartengono, non esclusi quelli che quantunque di coltura forniti, non vogliono affaticare la mente applicandosi ad uno studio più serio, ha per iscopo di rendere, per quant'è possibile, popolare un'opera astrusa alle volte persino nell'esteriore sua forma, e dai pochi studiosi soltanto compresa, nonché ad agevolarne la intrinseca intelligenza: al quale fine ho corredata la versione stessa di note storiche, sacre, profane e mitologiche e della spiegazione ben anco delle più interessanti allegorie, ed a comodo dei lettori non veneziani, vi agiunsi la dichiarazione nella lingua italiana delle frasi veneziane e dei termini meno comuni».
C'è qualcosa - alcuni numeri indicati sul volume -che fa pensare sia stato parte di una biblioteca.
Ma c'è pure il timbro di un possibile proprietario, “Dr. J.A. Scartazzini, Pfr-Soglio-Kt.Graubunden”, ovvero il dottor Scartazzini che abitò a Soglio, un paese del cantone Grigioni: Graubunden, in val Bregaglia.

Da : Il Giornale di Vicenza


Londra, il sogno di Leonardo: «Tatuo Dante sui violini»

I violini di Leonardo saranno pronti in vista delle celebrazioni per i 700 anni dalla morte di Dante, anniversario che ricorrerà nel 2021.

L’immensa e particolare opera di Leonardo Frigo, giovane artista altopianese, ormai da anni residente a Londra, consiste nella rappresentazione su 33 violini dell’Inferno dantesco, un violino per ogni canto.

Un’idea che sta già riscuotendo enorme successo: Frigo è appena stato ospite della trasmissione “Le parole della settimana” di Rai3 e si profilano inoltre collaborazioni con istituzioni culturali importanti e pure una mostra nella sua Asiago.

 

 

«33 violini più un violoncello - specifica l’artista - su cui si mettono in mostra simboli, scene e personaggi chiave tratti dalle immagini della prima cantica della Divina Commedia. Mi piace l’idea che la mia arte possa essere letta come un libro. Sul violoncello è rappresentata la biografia di Dante». Con i pennelli Leonardo si destreggia molto bene, la passione per l’arte è un affare di famiglia, ereditata da sua nonna, la pittrice e scultrice asiaghese Igea Boccardo Muraro. Dopo gli studi in restauro conseguiti all'Università internazionale dell'arte di Venezia, Leonardo ha deciso di trasferirsi a Londra, dove ha trovato impiego da Bellerby Globemakers, laboratorio artigianale di mappamondi realizzati a mano.

L’inizio dell’ambizioso progetto legato alla Divina Commedia risale a più di 4 anni fa, ma come è nata questa idea di dipingere su strumenti musicali? «Direi per caso: un giorno mi si era staccato un pezzo di vernice dal mio violino e nel sistemarlo ho avuto questa intuizione. Il mio sogno è sempre stato quello di dipingere sulla carta - spiega ancora Leonardo -, poi, a 16 anni, ho deciso di mettere insieme le mie due più grandi passioni, la musica (Leonardo suona proprio il violino, ndr) e l'arte. Così ho iniziato a dipingere su violini e violoncelli. Il mio lavoro nasce da una profonda ricerca che ha radici nella mia passione per la lettura, per l'arte e, in particolare, per il capolavoro del Sommo poeta. L'Inferno di Dante mi ha sempre ispirato fin da quando ero bambino, mi ha insegnato a immaginare e a sognare».

Il giovane artista ha dapprima realizzato 4 violoncelli, sui temi delle “Quattro stagioni” di Vivaldi, e 7 violini con i sette vizi capitali, buttandosi poi a capofitto su questa originale rappresentazione artistica della Divina Commedia.

Come si svolge questo lavoro? «Inizio dalla lettura attenta delle pagine dell’opera, prendo appunti e annotazioni, ricerco simboli, nomi e illustrazioni che messi insieme creano un racconto, poi trasferisco le illustrazioni sul violino e comincio a dipingere con l'inchiostro. Uso diversi tipi di punte per fare linee più sottili o più spesse. Quando il violino è terminato applico una vernice trasparente e quando è asciutto monto le corde. Per dipingere un violino impiego dalle 150 alle 200 ore. Ogni violino ha la sua presentazione con un testo descrittivo, sia in italiano che in inglese, che evidenzia e analizza tutti i dettagli dell’opera».

A che punto sei con l’immane lavoro? «Ne ho realizzati oltre la metà». Il progetto di Leonardo Frigo, a quanto pare, piace e incuriosisce molto: su Instagram, la sua pagina, che riporta tantissime foto dedicate a quest’opera artistica, ha superato i 100 mila follower. In occasione dell’anniversario della morte di Dante, l'idea sulla quale sta lavorando è di realizzare una mostra dei violini itinerante a partire dall'Italia per poi esportare la cultura italiana all’estero in una forma e con uno sguardo decisamente diversi. «So già che esporrò nella mia città, Asiago - anticipa Leonardo -: il Comune si è reso disponibile offrendomi la possibilità di allestire la mia mostra al Museo Le Carceri. Sono anche in contatto con la Società Dante Alighieri per promuovere questi lavori, vedremo cosa uscirà da questa collaborazione». • 

Stefania Longhini
© Il Giornale di Vicenza


 

Assai povero e misero è il mio ufficio di commentare dapprima le tristi guerre fraterne,

e poi la triste accusa d'un Vescovo.

Niuno m’incolpi, che io abbia preso, se non altro, occasione d' aggiungere qualche parola

su quello che dovea render Vicenza cara e memorabile all'Alighieri,

assai più che famosa qual suonerebbe dolorosamente nel suo poema.

( Vicenza e Dante, 1865)