Il mondo, contemplato alla luce della Sapienza biblica, risplende entro un’architettura mirabile, il cui disegno è già racchiuso nella parola creatrice di Dio: “E vide che era bello” (Gn 1,4).
Per coglierne pienamente il senso ci è chiesto di dimorare nelle scritture, di farle, anzi, diventare nostra dimora frequentandole come si frequenta una casa familiare; in questo modo ritroveremo radici comuni non solo a popoli che in essa affondano il proprio patrimonio religioso, ma a tutta la cultura che si è edificata a partire da questo grande Codice simbolico.
E’ la sfida del festival biblico, giunto alla sua quarta edizione. Chi l’ha vissuto nelle passate edizioni testimonia la fecondità di un approccio alla Bibbia globale e libero da schemi ristretti. I differenti sensi sono interpellati per fare delle scritture la dimora del senso; infatti, ascoltando e vedendo, gustando e toccando, ci viene svelata l’architettura complessiva di un Libro, che prima di diventare pagine scritte è stato vita vissuta.
Al cuore dell’esperienza biblica sta una Parola, che prende progressivamente dimora nella storia fino allo sconvolgente annuncio evangelico: “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1, 14). In greco c’è anzi il riferimento ad una tenda piantata tra di noi, condividendo così un cammino che ci vede sempre e comunque pellegrini; anche quando, con l’intelligenza e il gusto del bello propri della ricerca architettonica, edifichiamo dimore terrene.
Diviene pertanto significativo che il Festival proponga questo tema nell’anno del cinquecentenario Palladiano. Andrea Palladio è insieme il genio che ha riflettuto sull’architettura come specchio dell’armonia del mondo e il costruttore indefesso di dimore (civili e religiose) capaci di plasmare gli spazi, rendendoli umani perché belli e inseriti armoniosamente nell’ambiente. Questo riferimento evidenzia ancor più l’anima del festival, che si spiega tra vie, corti e piazze; potremmo aggiungere chiese, palazzi e ville. Vogliono costituire non la scenografia esteriore, ma la trama architettonica, concretamente sperimentabile movendosi negli spazi per vivere i differenti eventi, allusiva di un’architettura interiore e persino spirituale.
L’avventura del festival biblico è, pertanto, ancora una volta tra le mani di tutti coloro che l’abiteranno; non partecipando semplicemente a qualche incontro, ma, possibilmente, immergendosi in quei giorni nel clima complessivo dell’evento. Si tratta infatti di un work in progress, un cantiere aperto affidato a ciascuno attraverso le sue scelte e i suoi coinvolgimenti. Così il dimorare nelle scritture segnerà davvero l’esperienza personale e collettiva, guidati dal sapiente Architetto che era là fin dall’inizio.